Il cinema fuori dalla finestra

di DEBORAH NACCARATO

La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock.

“Here lie the broken bones of L.B. Jefferies”.

È mattino, le tende si aprono, il sole splende ed inizia una nuova calda giornata da passare rigorosamente in casa. Quale migliore occasione per rivedere uno dei più grandi film che ha inizio proprio così? Realizzato dal maestro della suspence, Alfred Hitchcock, nel 1954, La finestra sul cortile propone una vera e propria riflessione sul cinema e sulle tecniche che usa.

In una delle prime inquadrature della prima sequenza a partire dal dettaglio di un termometro che segna 92° fahrenheit (circa 33° celsius), la macchina da presa continua il suo percorso che, simulando il nostro sguardo, ci mostra l’interno dei vari appartamenti dei palazzi di fronte – fondamentali per lo sviluppo dell’intero film – attraverso le finestre e chi li abita. Un pianista sta facendo la barba ascoltando la radio, quando inizia a sentir dire “Avete più di quarant’anni? Quando vi svegliate al mattino vi sentite stanchi e depressi? Provate un certo senso di…” ma prima che la frase possa essere compiuta, la spegne. In quel preciso istante inizia a suonare una sveglia e abbiamo un altro stacco netto e l’inquadratura si sposta su un balcone con un materasso, dove vediamo un uomo spegnere la sveglia legata all’inferriata e una donna svegliarsi accanto a lui. Nell’appartamento accanto una giovane ballerina si esercita mentre prepara la colazione. Il movimento di discesa continua mostrando il vicolo che porta sulla strada principale, dove vediamo passare dei ragazzini, il cui arrivo viene anticipato dal loro chiacchiericcio. Torniamo ora all’interno dell’appartamento del protagonista, Jeff, il cui volto è imperlato di goccioline di sudore, che dorme sulla sedia a rotelle per via della gamba ingessata. Così iniziamo a capire qualcosa di quest’uomo a partire al dettaglio di una macchina fotografica completamente distrutta, alcune fotografie ed altra attrezzatura fotografica che alludono proprio al mondo del cinema e ci fanno capire che Jeff è un fotoreporter costretto a rimanere in casa per via di un incidente.

A più riprese nelle sequenze successive Stella, l’infermiera di Jeff, lo accusa di essere un guardone per via del fatto che non riesca a smettere di guardare cosa succede nelle vite dei suoi vicini di casa, addirittura fruttando il binocolo e i teleobiettivi di cui dispone. Questa sua curiosità irrefrenabile è tipica di chi fa un lavoro come il suo, ma anche dello spettatore cinematografico, che spesso, come Jeff, viene definito un voyeur. Se così non fosse un film del genere non avrebbe modo di esistere, proprio perché tutto si sviluppa attorno a questa riflessione metacinematografica.

Per ragioni ovviamente diverse, in questo periodo di pandemia la nostra condizione, che ci costringe a rimanere relegati in casa, è molto simile a quella che vive Jeff. Nel momento in cui le nostre abitudini ci vengono negate, la nostra attenzione viene catturata da qualcosa di più interessante. Questo qualcosa è fuori dalla nostra finestra, nel mondo, nel caso di Jeff nei piccoli mondi che vengono a crearsi nella quotidianità altrui. Ogni finestra si affaccia su un micro-mondo ricco di emozioniattraverso un montaggio interno molto particolare che ci mostra un’inquadratura nell’inquadratura – da quello del musicista a quello della ballerina, dalla giovane coppia di sposi a “Cuore Solitario”, dalla famiglia che tanto ama il suo cagnolino al matrimonio che finisce in tragedia bisogna solo capire su quale vale la pena sintonizzarsi. È proprio per questa ragione che Lisa diventa importante per Jeff solo nel momento ricco di suspence in cui si trova in pericolo nell’appartamento dell’assassino Thorwald, ma non può andare ad aiutarla.

La visione di questo film durante la nostra situazione di clausura può essere un’occasione per renderci conto che di certo siamo costretti ad essere spettatori passivi, ma ciò non ci dà il diritto di giudicare gli altri soffermandoci solo sulle apparenze – come spesso leggiamo negli sproloqui impropriamente scritti sui social network – anzi, dovrebbe essere materia di riflessione per tornare ad agire nel modo migliore possibile una volta tornati alla quotidianità delle nostre vite.

Riferimenti bibliografici
V. Amiel, Estetica del montaggio, Lindau, Torino 2014.
F. Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Nuova Pratiche Editrice, Parma 1977.

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