La via della natura e della grazia

Il conflitto, la forma e il contenuto nell’incipit di The Tree of Life di Terrence Malick

Le suore ci hanno insegnato che ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e la via della grazia. Tu devi scegliere quale delle due seguire.

Si apre così The Tree Of Life (Malick, 2011), con una voce femminile che annuncia il conflitto, interiore ed esteriore, che attraverserà le vite di una famiglia del Texas il piccolo Jack, i suoi fratelli, il padre autoritario, la madre salvifica nella loro dolorosa ricerca del senso dell’esistenza e della morte. La via della grazia: una bambina spalanca la finestra e guarda con meraviglia fuori, un padre la abbraccia in silenzio in mezzo agli alberi, una mandria di mucche pascola pacifica sotto al sole. Dalle loro sagome sbucano a tratti fasci di luce che tagliano l’inquadratura, il vento scompiglia i capelli e le foglie, la macchina da presa scivola tra le inquadrature con la spontaneità dello sguardo. La misteriosa capacità di amare senza scendere a compromessi con i propri limiti, ciò che c’è di sovrannaturale e insieme di naturalissimo nel mondo e nell’uomo, la bellezza che «accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita». La bambina è la madre di Jack, la donna che si sta confessando, la figura eterea e angelica che popola i suoi sogni, così leggera che sull’altalena sembra volare via.

E poi la strada della natura: la cinepresa si sposta sul padre, che siede a tavola mentre il vento gonfia le finestre, con mani gigantesche stringe (a sé) i figli mentre intona la preghiera e costruisce intorno a loro solide mura destinate a cadere e ad essere abbandonate. «La natura vuole solo compiacere sé stessa e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo», ma, soprattutto, compie il peccato di trovare «ragione di infelicità quando tutto il mondo splende intorno a lei, e l’amore sorride in ogni cosa». I bambini e i genitori giocano insieme nel giardino, in un Texas che assume le fattezze – e le promesse funeste dell’Eden, accompagnati dalla colonna sonora di Alexandre Desplait che carica ogni inquadratura di un senso insieme grave e dolce, di ricordo dopo la perdita, di amore difficile. Due minuti e mezzo bastano a Malick per introdurre tutti i temi, i personaggi e le dinamiche del film; per proporre una riflessione che rischia a ogni passo la frase fatta ma si riscatta sempre attraverso un’immagine evocativa, ambigua e spirituale che si apre all’interpretazione; per costruire un montaggio emotivo, fatto di libere associazioni e simboli archetipici, alla maniera dell’avanguardia cinematografica francese.

Una sequenza spettacolare, che rispetta le forme narrative standard classiche – una premessa che distribuisca le informazioni necessarie, un’introduzione essenziale alla vita dei personaggi, una presentazione coerente del tema o messaggio – scardinandone però le formule, nascondendole dietro a visioni che non parlano per dialoghi ma per musica e sussurri alla cinepresa macchina da presa, come se il cinema fosse una chiesa. [A CAPO] È stato il primo film che ho visto di Malick e rimane oggi, penso ormai venti visioni più tardi, quello che preferisco. La riflessione e l’estetica si bilanciano qui con una necessità emotiva pressante e una narrazione coerente, per quanto di natura universale e di forma frammentata, rimescolando insieme le intuizioni e gli scarti del cinema europeo d’autore con la struttura narrativa hollywoodiana. Non sono i singoli fotogrammi a inventare qualcosa di nuovo. È il vento che si ripresenta in ogni scena a spalancare porte, finestre, acconciature, chiusure per aprirle all’interpretazione di chi guarda; è lo sguardo quasi in camera del piccolo Jack mentre studia con adorazione la madre; è quanto si può dedurre solo guardando e quanto una voce fuori campo può intervenire su questa deduzione aprendo interrogativi che dimentichiamo presto ma a cui risponderemo col nostro vissuto.

L’innocenza e la perdita, il conflitto tra insegnamenti e nature diverse, la coesistenza della bellezza e del dolore, l’interrogazione su Dio e sull’universo, in due minuti che non scadono nel cliché ma fanno venire la pelle d’oca. Un’apertura ambiziosa e bellissima, che, mi azzardo a dire, mi ha ricordato la forza iconica di certe chiusure alla Fellini e soprattutto la corsa al mare de I quattrocento colpi, che si ripresentano nel finale in una scena corale sulla spiaggia che diventa limbo tra vita, morte, passato e futuro. Giustificherò il paragone aggiungendo che l’incipit di The tree of life, nella mia vita, è arrivato prima di Truffaut, mostrandomi per primo qualcosa che poi nel cinema non ho più smesso di cercare: il senso di meraviglia e di mistero degli occhi di un bambino, che osserva la propria infanzia da adulto e ancora non è certo di essere cresciuto.

di E.Magnani

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

I commenti sono chiusi