L’azione errante

di ALESSIA CISTARO

Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.

L'azione erranteSequenza finale del film. Ci troviamo a Roma dopo la Seconda guerra mondiale.  Antonio Ricci è ormai rassegnato, non riuscirà a ritrovare la sua bicicletta ‒ quell’oggetto così poco importante per la polizia – che gli ha permesso di trovare un lavoro. Vaga senza una meta con a fianco suo figlio Bruno che si limita a trotterellargli accanto (come dice  scrive Bazin). È pieno di dubbi che sono gli stessi dello spettatore. Il ragazzo accusato è o non è il ladro?  La crisi epilettica è vera oppure no?

Ricci è cosi frustrato e deluso da non avvertire l’ambiente e le circostanze che gli stanno intorno. Passeggia barcollando da un angolo all’altro, da una parte della città all’altra. Continua a camminare senza badare al figlio, non controlla se lo stia seguendo, infatti non si accorge che una macchina rischia di investirlo. Un vagare che sembra non terminare mai fino a quando non svolta un angolo, il bambino affranto e stremato siede su un marciapiede. Ricci è ormai precipitato in se stesso, fuori di sé e ossessionato dal suo desiderio tanto da non riuscire a percepire più la realtà.

Un’alternanza di oggettive, soggettive e semi-soggettive con stacchi rapidi riflettono e rivelano allo spettatore la mente alterata del protagonista. Ricci è parte di un mondo del tutto indifferente a quelli che sono i suoi problemi e le sue difficoltà. La sua mente sembra percepire tutto questo in maniera amplificata: i rumori della città e delle persone diventano assordanti, lo confondono e destabilizzano sempre di più. Bruno osserva il padre delirante in silenzio, si sta sgretolando l’idea di quel padre-eroe che si era creata fin dall’inizio.

Ricci è di fronte a un bivio, l’oggetto del suo desiderio è davanti ai suoi occhi ovunque lui posi lo sguardo. Un’orda di persone cammina trasportando biciclette, ciclisti sfrecciano davanti ai suoi occhi, le immagini sono troppe e lo sovrastano, non può non lasciarsi investire da esse.

Tenta di sbarazzarsi dello sguardo quasi giudicante del figlio dandogli dei soldi per prendere il tram. Prova a scardinare la passività che lo ha caratterizzato per tutto il film, ma il suo agire non porta alcun cambiamento. Antonio Ricci è un personaggio errante, non riesce ad agire: non è capace di farlo. Il suo tentativo maldestro di diventare esso stesso un ladro di biciclette fallisce miseramente, viene subito scoperto e inseguito da una folla ‒ questa volta sensibile alla causa di un uomo a cui viene rubata una bicicletta.

Vediamo la stessa scena attraverso gli occhi del figlio: Ricci viene picchiato, insultato e strattonato. Bruno urla il suo nome e piange disperato nel vedere il padre ridotto a compiere un gesto del genere. Raccoglie il cappello calpestato e pieno di polvere, ciò mostra il disgregamento dell’immagine idealizzata di Ricci e rimane la debolezza di un uomo incapace , senza un lavoro che possa mantenere la sua famiglia. Il pianto disperato di Bruno impietosisce il proprietario della bici che decide di non sporgere denuncia.

Un finale non risolutivo, non si scorge alcuna speranza. Ricci non è mutato, è solo un po’ più affranto e deluso, in lacrime si lascia stringere la mano da suo figlio, quella stretta che li rende uguali.

L'azione errante

Riferimenti bibliografici
A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti Editore, Milano 1994.
R. De Gaetano, a cura di, Lessico del cinema italiano, vol. I, Mimesis, Milano 2014.

Ladri di biciclette. Regia: Vittorio De Sica; sceneggiatura: Cesare Zavattini, Vittorio De Sica, Suso Cecchi d’Amico, Oreste Biancoli, Adolfo Franci, Gerardo Guerrieri, Gherardo Gherardi; fotografia: Carlo Montuori; montaggio: Eraldo Da Roma; musiche: Alessandro Cicognini; interpreti: Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola, Lianella Carell, Elena Altieri, Gino Saltamerenda, Giulio Chiari, Vittorio Antonucci, Michele Sakara, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino; produzione: P.D.S; distribuzione: E.N.I.C; origine: Italia; durata: 93’; anno: 1948.

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