La parola e lo sguardo

di MYRIAM MEREU

Ordet di Carl Theodor Dreyer.

Al principio, c’era colui che è “la Parola”.
Egli era con Dio,
Egli era Dio.
Egli era al principio con Dio.
Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa.
Senza di lui non ha creato nulla.
Egli era la vita
e la vita era luce per gli uomini.
Quella luce risplende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
(Gv 1, 1-18)

Prima di iniziare le riprese di Ordet, nel 1954, Carl Theodor Dreyer è impegnato nella stesura di una sceneggiatura che però non varcherà mai la soglia della pagina scritta: si tratta di un film sulla vita di Gesù Cristo tratto dal Vangelo di Giovanni. Al momento della realizzazione del suo quarto lungometraggio, il regista danese è guidato da due testi: da una parte il quarto Vangelo, «il più complesso dal punto di vista teologico e perciò il meno malleabile al fine di una rappresentazione dell’umanità di Gesù» (Bernardi 2003, p. 79); dall’altra, il dramma teatrale del pastore Kaj Munk da cui è tratto il soggetto. Ordet è considerato il film più religioso di Dreyer, per il costante riferimento alla fede, la manifestazione del Verbo per mezzo del corpo e della voce del “folle” Johannes, uno dei tre figli di Morten Borgen ed ex studente di teologia impazzito a causa di Søren Kiekegaard, e per il miracolo finale. Tuttavia, il capolavoro di Dreyer è più esistenzialista che spirituale, come ebbe modo di scrivere anche Elio Vittorini nel 1947, perché riporta il logos alla dimensione terrena, intrisa di umana vitalità: non principio trascendentale bensì forza immanente che abita in tutte le cose.

A questo punto, vorrei riflettere su due immagini del film in cui si compie la sintesi tra parola e sguardo, laddove lo spirito si rivela nella sua forma carnale e percepibile dai sensi umani. La prima è quella di Johannes mentre arringa una folla immaginaria di ipocriti e miscredenti dall’alto di una collina spazzata dal vento: la figura dell’uomo ripreso dal basso in piano medio, le braccia spalancate nel gesto del raccoglimento, che si staglia sullo sfondo di un cielo striato di nuvole bianche simboleggia il dualismo della natura umana. La struttura del film è infatti giocata sulla dialettica tra concetti opposti (ordine e disordine, bene e male, fede e ragione, anima e corpo) che si riflette tanto sul piano estetico e formale, a iniziare dal binomio cromatico sottolineato da contrasti di luci e ombre, quanto su quello verbale, in cui la parola divina si compie per mezzo della voce umana.

La seconda è l’immagine di Inger, la moglie di Mikkel morta mentre dà alla luce il loro terzogenito, distesa nella bara nel momento in cui avviene il miracolo della risurrezione; l’inclinazione e la composizione dell’inquadratura richiamano il Cristo Morto di Andrea Mantegna, e ancora una volta il mélange di chiari e scuri disposto armonicamente nel quadro invita il nostro sguardo a contemplare quella figura di donna che un attimo dopo tornerà in vita richiamata dalle parole di Johannes, ripreso in controcampo mentre stringe la mano della piccola Maren. Miracolo è un termine che ricorre frequentemente nei discorsi dei personaggi, ma solo i puri e gli innocenti ci credono in maniera sincera e incondizionata, pervasi dal sentimento dell’amore che è insieme corporeo e spirituale. Il ritorno alla vita di Inger è «uno di quei prodigi che accadono “ogni giorno”, ma che normalmente non vengono percepiti» (Bernardi 2003, 179): nella rinascita, si manifesta la parola del Cristo-uomo che ristabilisce l’ordine nel flusso degli eventi.

Riferimenti bibliografici:

A. Bernardi, Carl Theodor Dreyer. Il Verbo, la legge, la libertà, Le Mani, Recco-Genova, 2003.

E. Vittorini, Sostanza in Dreyer, “Il politecnico”, n. 39 (1947). 

Ordet. Regia di: Carl Theodor Dreyer; soggetto: dall’omonimo dramma di Kaj Munk; sceneggiatura: Carl Theodor Dreyer; fotografia: Henning Bendsten, John Carlsen, Erik Willumsen; montaggio: Edith Schlüssel; musiche: Poul Schierbeck, dirette da Emil Reesen; interpreti: Henrik Malberg, Emil Hass Christensen, Preben Lerdoff Rye, Cay Kristiansen, Birgitte Federspiel; produzione: Palladium; origine: Danimarca; durata: 126’; anno: 1954.

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