L’altra America in Un sogno chiamato Florida

DI Nicholas H. Berrettini Vedere i non-visti nel regno magico

«Però, c’è purtroppo un’altra America. Quest’altra America porta con sé una bruttezza quotidiana che trasforma la vitalità della speranza nella fatica della disperazione. […] In un senso, la tragedia più grave di quest’altra America è quello che fa ai fanciulli.»

                                                       Martin L. King Jr., “L’altra America” 

Nella scia di questi ultimi giorni segnati da manifestazioni turbolente che riecheggiano quelle del Sessantotto, si citano spesso le parole di “The Other America” di Martin Luther King Jr: «Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato». Malgrado la chiamata per l’uguaglianza socioeconomica nel discorso del Dottor King, la disparità sociale negli Stati Uniti dopo tutti questi anni è ancora immutata, e semmai la mancanza di voce di chi sta ai margini è persino peggiorata.

Un sogno chiamato Florida [The Florida Project] (2017) di Sean Baker si rifà al discorso di King, facendo vedere allo spettatore il ventre molle nascosto dell’America mediante lo sguardo fiabesco della sua protagonista Moonee (Brooklynn Prince). Nel film, il regista mette in risalto chi sta ai margini ed è senza voce, dandoci uno spaccato della vita quotidiana di quelli che alcuni definiscono ‘scarti della società.’ Tutto il suo intreccio si svolge attorno al Magic Castle, un motel a basso costo situato nell’entroterra della Florida all’ombra del maestoso Disney World. Baker ci fa vedere la visione di Moonee, un mondo di colori vibranti pieno di negozi pacchiani che sembrano attrazioni di un parco giochi. In realtà, la piccola ha sei anni e vive con Halley la ragazza madre di Moonee con cui condivide una stanza squallida tra le pareti porpora del Magic Castle. Grazie all’ottica fanciullesca della bambina, lo spettatore riesce a vedere questo suo mondo leggero, caratterizzato dai toni pastello e dagli scherzi puerili. Si incomincia a percepire la precarietà della situazione economica di tutti gli altri abitanti del motel quando Moonee e Scooty (Christopher Riviera), un suo compagno, portano la loro nuova amica Jancey (Valeria Cotto) a vedere la zona del Magic Castle. A un certo punto, il gruppo entra nel ripostiglio del motel e toglie la corrente elettrica di tutto il complesso.  Senza elettricità, tutti gli abitanti del motel escono dalle loro stanze brontolando, dandoci un ritratto etnografico del Magic Castle. Baker getta uno sguardo neutrale che si focalizza sui clienti del motel mentre emergono dal buio della propria stanza: le prostitute, lo spacciatore, l’alcolista, la madre di Moonee. La presenza eclatante della struttura del Magic Castle nella sua interezza porta il pubblico a vedere gli emarginati.

È uno dei primi momenti di trasparenza del film, in cui lo spettatore non è più vincolato allo sguardo ingenuo di Moonee.  I colori vibranti delle inquadrature del Sunshine State, sono ora oscurati presentandosi più come viola—il colore che significa unnöthig, ossia il non necessario, secondo Goethe. Così si riesce a vedere l’altra America, quella degli scarti, ignorati dal radar turistico.  Questa genuina inquadratura del Magic Castle ci costringe a guardare la realtà americana, a vedere gli invisibili che soffrono perché sono rifiutati dalla società. Si svela il problema centrale del paese che continua ad affliggere la maggioranza silenziosa, a cui questo silenzio è stato imposto. Le inquadrature del Magic Castle riescono a mostrare le privazioni a cui è costretta l’altra America. In quest’altra America, sono i bambini a soffrire, e Baker lo evidenzia alla conclusione del film quando Moonee, sfuggendo dai servizi sociali verso il vero Magic Castle di Disney World – come Bruno nel finale di Ladri di Biciclette (1948) di Vittorio De Sica – scompare tra la bolgia dei turisti diventando così totalmente invisibile ai ricchi che la circondano.

Riferimenti bibliografici

Goethe, Johann Wolfgang von, La teoria dei colori, a cura di R. Troncon, Milano, Il Saggiatore, 1979.

Martin Luther King Jr., “The Other America” Memorial Auditorium Stanford University, Paolo Alto California, Stati Uniti, 14 aprile 1967.

Un sogno chiamato Florida. sceneggiatura: Sean Baker e Chris Bergoch; regia: Sean Baker; interpreti: Willem Diafoe, Broklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Riviera, Caleb Landry Jones; fotografia: Alex Zabé; montaggio: Sean Baker; musiche: Lauren Balfe; costumi: Fernando Rodriguez; produzione: Cre Film, Freestyle Picture Co.; durata: 111 minuti; anno: 2017.

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